Mafia ad Arcore

Berlusconi “ una connection con la mafia “

 

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Le bordate più pesanti contro Silvio Berlusconi arrivano, ancora una volta, dalla Spagna. Dopo El Mundo, ora è il turno di El Pais, che in un lunghissimo reportage di due pagine fittissime svela tutti i retroscena dei presunti rapporti tra il Cavaliere e la mafia. L’articolo, a firma di Hermann Tertsch, uno degli inviati speciali più prestigiosi del primo quotidiano spagnolo, si basa sulle testimonianze dei pentiti alle quali il giornale ha avuto accesso entrando in possesso degli atti della procura di Palermo.

Si comincia con queste parole, pronunciate davanti ai giudici dal pentito Francesco Di Carlo: “Mi incontrai nuovamente con Marcello Dell’Utri a Milano, se non ricordo male a metà degli anni Settanta. Andammo a pranzo con Tanino Cina, Nino Grado, Mimmo Teresi e Stefano Bontate. Vestivano in modo particolarmente elegante, e a una mia domanda risposero che dovevano incontrarsi con un grande industriale milanese amico di Tanino Cina e Marcello Dell’Utri. Mi chiesero di andare con loro e accettai di buon grado. Arrivammo in un ufficio in centro. Quindici minuti dopo arrivò Silvio Berlusconi. Bontate invitò Berlusconi a investire in Sicilia. Questi replicò che temeva i siciliani, che al nord non lo lasciavano tranquillo. Bontate mi aveva già anticipato in macchina che Berlusconi aveva paura di essere sequestrato. Allora lui gli disse che non aveva nulla da temere vista la sua vicinanza con Dell’Utri, ma che ad ogni modo gli avrebbe mandato uno dei suoi perché non tornasse ad aver problemi con ‘i siciliani’. In seguito mi disse che chi era stato inviato insieme a Berlusconi era Vittorio Mangano, all’epoca agli ordini di Bontate, e che qualunque contatto con Berlusconi doveva passare attraverso Mangano. Ricordo anche che Berlusconi, al termine dell’incontro, disse testualmente che “era a nostra disposizione per qualunque cosa. Da parte sua, Stefano Bontate gli confermò la stessa cosa”

 

Cominciò così, secondo la ricostruzione del Pais, la “lunga, fruttifera, anche se alla fine troncata amicizia tra Mangano, noto uomo di mafia, e l’attuale nuovo fiammante primo ministro italiano”. Il giornale approfitta, con questo attacco durissimo, per mettere in guardia il capo del governo spagnolo José Maria Aznar, la cui “pretesa alleanza” con Berlusconi potrebbe essere compromessa dal cerchio giudiziario che si stringe intorno al leader di Forza Italia. “Chi tra due semestri ricoprirà la carica di presidente dell’Unione europea si indigna il quotidiano spagnolo – appare più e più volte nell’istruttoria della procura antimafia di Palermo, e non come esempio di virtù democratiche e europeiste, ma come socio di Stefano Bontate, uno dei membri del triunvirato che dirigeva la mafia negli anni Settanta”.

El Pais analizza poi il rapporto con Vittorio Mangano il quale, secondo la procura di Palermo, quando si installò nella villa di Berlusconi ad Arcore, “era già molto più che un semplice soldato di Cosa Nostra” e operava nel settore delle estorsioni e del racket delle corse ippiche Con interessi nel traffico internazionale di stupefacenti e nel riciclaggio di denaro sporco, Mangano era un uomo chiave nella cosiddetta Milano Connection. Secondo quanto dichiarò Berlusconi ai giudici nel 1997, in realtà si trattava solo di uno stalliere assunto per prendersi cura dei cavalli di Arcore. Ma la dichiarazione di un altro pentito, Salvatore Cancemi, aggiunge altri particolari a questa vicenda: “Nel 1990 Totò Riina mi disse di comunicare a Mangano che doveva smettere di interferire nei rapporti che lui stesso aveva stabilito con Dell’Utri, collaboratore di Berlusconi. Andai a casa di Mangano e lo informai dell’ordine di Riina. Mangano cercò di giustificarsi dicendo che i rapporti con Dell’Utri li aveva mantenuti sempre lui. Tagliai corto e dissi: Togliti di mezzo perché ora li mantiene Riina. Gli dissi che era inutile cercare di convincermi perché doveva limitarsi a rispettare la volontà di Riina, altrimenti l’avrebbe pagata con la vita. Quando Riina menzionò Dell’Utri e mi disse che era la persona di fiducia di Berlusconi, dando per scontato che Dell’Utri era in contatto con la nostra organizzazione, non mi sorprese, perché io avevo saputo già da prima attraverso Mangano dell’esistenza di questi contatti”. Aggiunge Salvatore Cancemi: “Mangano si serviva di Dell’Utri e poteva chiedergli qualunque cosa. Per esempio, Mangano mi raccontò che in una tenuta grande e bella alla periferia di Milano, se non ricordo male vicino a Monza, di proprietà o a disposizione di Dell’Utri, vennero anche nascosti alcuni latitanti, tra i quali i fratelli Grado”.

 

Anche un altro mafioso, Gioacchino Pennino, parla dell’esistenza di questa tenuta. “Mangano aveva rapporti con Silvio Berlusconi. Era impiegato, fittiziamente, come guardiano di una villa vicina a Milano o Monza nella quale erano accolti tutti i latitanti della famiglia mafiosa di Santa Maria del Gesù e forse anche di altre. Il mio interlocutore, l’avvocato Gaetano Zarcone, membro della stessa famiglia, mi precisò che gli interessi di Berlusconi in Sicilia erano curati da Stefano Bontate“.
Dopo aver riportato anche altre dichiarazioni di pentiti, il quotidiano spagnolo conclude che “il leader di Forza Italia spunta in tutte le dichiarazioni dei mafiosi come il gran funambolo emergente degli anni Sessanta e Settanta, con il quale conveniva entrare in contatto. Nessuno ha saputo, neanche lui, spiegare come finanziò la prima grande operazione immobiliare nel 1963, con la quale costruì un complesso residenziale per 4000 abitanti. Si sa solo che il denaro arrivò attraverso la Svizzera mosso da un oscuro avvocato di Lugano”. Conclude Hermann Tertsch: “Quarant’anni dopo, Berlusconi è praticamente il padrone, oltreché il capo, dell’Italia”.

“ La Repubblica”  del 20 Maggio 2001

 

Domande sul passato

Conoscere la nascita della Fininvest è un discorso, ma scoprire esattamente da dove provenivano i suoi finanziamenti è tutta un’altra storia, per il pool antimafia. Il procuratore capo di Palermo aveva scritto alla Banca d’Italia chiedendo di mettere a disposizione uno dei loro esperti per dare una mano alle indagini. L’istituto di via Nazionale aveva accettato che Francesco Giuffrida, uno dei suoi funzionari di grado più elevato in Sicilia, assumesse l’incarico di perito d’ufficio

 

Il 6 maggio 2002, Giuffrida, prima di testimoniare in aula, ha pronunciato il giuramento: << Consapevole della morale e giuridica che assumo con la mia deposizione mi impegno a dire tutta la verità e non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza>>. Ha chiesto di non essere inquadrato dalle telecamere mentre testimoniava. Recentemente aveva ricevuto serie minacce di morte. << Mi pare importante evidenziare quali sono stati i tentativi, diciamo, non se voluti o meno, ma comunque vi sono stati una serie di tentativi che potevano oggettivamente intimidire il teste che oggi è sentito>>, ha detto il pubblico ministero della corte il giorno seguente, proseguendo l’interrogatorio di Giuffrida.

Rispondendo alle domande del pubblico ministero, Giuffrida ha guidato la corte nel labirinto di transazioni realizzate dalle società di Berlusconi con banche e società fiduciarie, e ha fatto i nomi dei prestanome che Berlusconi utilizzava per tenersi nascosto sullo sfondo. L’uso dei contanti ed equivalenti versati nelle casse delle società Holding Italiana era poco chiaro. Alcune operazioni, ha detto Giuffrida, erano molto “anomale”.

 

Se la normativa che sarebbe stata successivamente introdotta per combattere il riciclaggio di denaro sporco fosse già stata in vigore, l’operazione Palina senza alcun dubbio sarebbe stata considerata sospetta e qualcuno avrebbe aperto un’indagine. Era un’operazione priva di logica, ha spiegato Giuffrida, solo una serie di movimenti di conto, lo stesso giorno e con la stessa valuta, un’operazione che non trasferiva niente e che si concludeva a saldo zero per le società coinvolte.

 << Nessuno crea flusso finanziario effettivo, non crea un costo né un ricavo per nessuno>>. C’erano cinque parti, cinque giroconti effettuati lo stesso giorno, su cui la banca non ha applicato interessi e per cui il cliente non ha pagato nulla; l’operazione non ha fruttato nulla alla banca presso cui erano i conti correnti.

Queste operazioni potevano essere state utilizzate per riciclare denaro sporco?, ha chiesto Ennio Tinaglia, l’avvocato che rappresentava la Provincia di Palermo, parte civile nel processo. << Teoricamente si, ha risposto il dirigente della Banca d’Italia. Durante la deposizione del giorno precedente, Giuffrida aveva parlato dell’aumento di capitale della Coriasco nel 1979. Aveva scoperto prove consistenti del fatto che si era trattato di una grossa transazione di denaro. Un documento mostrava addirittura il taglio delle banconote date in cambio di uno dei due assegni circolari ottenuti dalla società fiduciaria. << Sono 12.000 pezzi da 100.000 lire per un 1.200.000.0000 >> , ha detto Giuffrida. E ha aggiunto:<<  Dal punto di vista bancario, praticamente, tramutare 2.000.000.000 di contanti in assegni circolari, anche nel 1979, insomma non doveva essere un’operazione tanto consueta, saltava all’occhio, soprattutto se effettuata da un soggetto, una persona fisica insomma>>. << Allora è giusto dire che non si sa da dove Berlusconi ha preso questi soldi?>>, gli ha chiesto Tinaglia. L’avvocato difensore ha obiettato con forza, a più riprese, che una domanda del genere non era inammissibile. Non voleva che Giuffrida rispondesse, ma la corte ha dato il suo benestare. << Sulla base della documentazione disponibile presso la Banca Rasini si può dire che non si sa con quale provvista sono stati emessi assegni circolari, ma sicuramente ci sarà stata una provvista, è chiaro>>, ha risposto Giuffrida.

 

Gli investigatori dell’antimafia, che avevano cominciato a indagare sulla base della dichiarazione di un pentito che sosteneva che la Fininvest, per mettere in piedi le sue televisioni, aveva usato 20 miliardi di lire della mafia, non erano riusciti a scoprire da dove provenissero, originariamente, i finanziamenti ricevuti dalle società di Berlusconi. Per diciotto mesi, gli investigatori avevano indagato per risalire alle fonti di finanziamento dell’impero di Berlusconi tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta. Avevano scoperto che i documenti di una società fiduciaria  attraverso cui erano passate molte società del gruppo Berlusconi, erano scomparsi. Avrebbero forse scoperto di più se avessero ottenuto una proroga delle indagini, ma il tempo  concesso loro dalle procedure giudiziarie era scaduto. Le origini della ricchezza di Berlusconi restavano e restano un mistero.

I pubblici ministeri volevano ascoltare Berlusconi come testimone. Le questioni su cui volevano dei chiarimenti erano le società Holding Italiana e i loro finanziamenti. Da dove venivano i soldi del Cavaliere? Era questa la domanda ricorrente. Gli inquirenti volevano sapere perché il presidente  del Consiglio avesse assunto Vittorio Mangano, un mafioso, alle sue dipendenze nella villa di Arcore.

Tinaglia si chiedeva perché un milanese  come Berlusconi fosse andato fino in Sicilia  per prendere un domestico, invece di cercarlo in un posto più vicino a casa. I pubblici ministeri e Tinaglia avevano una lunga lista di domande da porre e di questioni da chiarire. Berlusconi sarebbe stato nella posizione di aiutarli.

 

Tempo dopo l’inizio del processo, però, Berlusconi aveva già vinto le elezioni. La sua coalizione in Sicilia aveva fatto piazza pulita degli avversari, conquistando sessantuno seggi su sessantuno. Berlusconi era diventato per la seconda volta presidente del Consiglio. Gli impegni e gli affari di Stato, diceva, avevano la precedenza: il capo del governo italiano non riusciva a rispettare gli appuntamenti con i magistrati antimafia di Palermo. Alla fine, dopo una serie di appuntamenti rimandati, i magistrati riuscirono a ottenere da Berlusconi l’impegno per una data e un’ora precisa. L’udienza fu fissata per il 26 novembre 2002. Berlusconi ricevette un trattamento privilegiato. L’udienza si sarebbe svolta a palazzo Ghigi e sarebbe stata a porte chiuse. Il pubblico non avrebbe potuto assistere alle domande dei pubblici ministeri al capo del governo italiano. Quando arrivò il giorno, l’audizione fu molto breve, si concluse nel giro di pochi minuti. Ma non fu un antievento. Berlusconi, invece di giurare di dire tutta la verità, si avvalse della facoltà di non rispondere. Gli avevano consigliato di non rispondere alle domande. Molti si chiesero come mai Berlusconi, sempre così loquace in ogni occasione, avesse così poca voglia di parlare delle origini del suo successo.

David Lane

 

Il successo elettorale in Sicilia

Più schiacciante di così la vittoria della Casa delle Libertà in Sicilia alle elezioni politiche del maggio 2001 non poteva essere, una batosta incontestabile per il centrosinistra. Berlusconi e i suoi alleati avevano fatto piazza pulita degli avversari conquistando tutti e 61 i collegi uninominali in palio nell’isola, 41 per la camera e 20 per il Senato. Un risultato tanto netto che portava a chiedersi quanto potesse aver influito la mafia.

 

L’economia dell’isola, d’altronde, era quasi completamente sotto controllo di Cosa nostra che disponeva quindi di una influenza politica,Circolavano voci, poi, sull’esistenza di un mercato di voti nel 2001, e un’indagine condotta dalla diocesi di Cefalù, una cittadina sulla costa a un’ottantina di chilometri da Palermo, rivelò che erano stati offerti soldi e posti di lavoro.

Nella campagna elettorale della primavera 2001, la Sicilia fu la regione che permise a Forza Italia di ottenere a livello nazionale la vittoria, forza Italia ottenne il 37 per  cento dei voti alla Camera, divenendo il primo partito politico dell’isola. Che Forza Italia fosse aperta a infiltrazioni mafiose non era certo una sorpresa. Era stato uno stesso dirigente del partito, ben prima del successo elettorale del 2001, ad ammettere questo imbarazzante dato di fatto.

Dopo le elezioni politiche del 1994, Forza Italia non aveva negato che in alcuni dei suoi club, la base territoriale su cui era stato edificato il partito potevano esserci infiltrati esponenti della vecchia guardia che speravano di riciclarsi politicamente. Non si escludeva che potessero essersi infiltrate anche persone vicine alle organizzazioni mafiose, per cercare di stabilire dei contatti con il nuovo movimento politico.

 

Ed esistevano timori ancora maggiori. Il 22 luglio 1998, il procuratore capo di Caltanisetta aveva avviato un’indagine a carico di Berlusconi e Marcello Dell’Utri: l’ipotesi di reato, per i due fondatori di Forza Italia, era di aver commissionato gli omicidi di Falcone e Borsellino e delle rispettive scorte a Palermo, nel 1992. La decisione del procuratore capo di Caltanisetta di iscrivere Berlusconi e Dell’Utri sul  registro degli indagati era scattata in seguito alla deposizione di Salvatore Cancemi, un mafioso che si era consegnato ai carabinieri nel luglio del 1993 e aveva deciso di collaborare con le autorità

Cancemi era stato il capo di Vittorio Mangano, il famoso stalliere assunto da Berlusconi per la sua villa di Arcore. Cancemi raccontò che<< “persone importanti” avrebbero concorso alla decisione di eliminare fisicamente Borsellino e Falcone in maniera eclatante  nell’ambito di una più articolata  strategia terroristica  di Cosa nostra , nonché rapporti gestiti da Vittorio Mangano, prima, e da Salvatore Riina, poi, con i vertici del circuito societario Fininvest>>, era scritto nella sentenza pronunciata il 3 maggio 2002 dal giudice  per le indagini preliminari di Caltanisetta, Giovanbattista Tona.

In questa sentenza, il giudice Tona disponeva la chiusura delle indagini a carico di Berlusconi e Dell’Utri. Borsellino non era stato ucciso per vendetta ma come misura precauzionale: lo scopo della mafia era di far pressione sui politici del governo che avevano preso provvedimenti contro di essa, e incoraggiare potenziali interlocutori  politici a farsi avanti. Persone come Borsellino, che avrebbero scoraggiato ogni genere di accostamento a Cosa nostra, dovevano essere eliminati, ma i due fondatori di Forza Italia non erano stati complici di quei terribili crimini.

Nell’avviare le indagini a carico di Berlusconi e Dell’Utri, il procuratore capo di Caltanisetta  aveva preso in considerazione anche le dichiarazioni di altri quattro mafiosi pentiti: Tullio Cannella, Gioacchino La Barbera, che avevano parlato di contatti con alcuni imprenditori del Nord, e Gioacchino Pennino e Angelo Siino, che avevano  parlato di persone che avevano interesse ad uccidere due magistrati che avevano scoperto molte cose sui rapporti tra la mafia e il mondo degli affari.                   

 

Mangano  Dell’ Utri e le dichiarazioni di Cancemi

L’impiego di Mangano da parte di Berlusconi come stalliere e factotum ad Arcore tra il 1973 e il 1974 era una questione che interessava i magistrati. Cancemi disse loro che Riina aveva deciso di gestire direttamente i presunti contatti con Dell’Utri e Berlusconi. Nel febbraio 1994 e nell’aprile 1998, in entrambi i casi rispondendo alle domande dei magistrati di Caltanisetta, Cancemi disse che Riina, intorno alla fine del 1990, gli aveva dato istruzioni di ordinare a Mangano, un subordinato che faceva parte del  mandamento guidato da Cancemi. Di farsi da parte. Lasciando gestire direttamente a Riina i presunti rapporti con Berlusconi e Dell’Utri. La sentenza di Tona citava la deposizione rilasciata da Cancemi di fronte ai magistrati di Caltanisetta il 29 gennaio 1998, quando il pentito aveva raccontato di come avesse incontrato Riina a una festa organizzata dopo l’omicidio di Falcone. Cancemi raccontò ai magistrati che Riina aveva detto: << Io mi sto giocando i denti, possiamo dormire tranquilli, ho Dell’Utri e Berlusconi nelle mani e questo è un bene per tutta Cosa nostra>>.

 

Un rapporto di polizia del 18 febbraio 1994, notava Tona nella sentenza, che chiudeva le indagini a carico di Berlusconi e Dell’Utri, documentava i rapporti di Dell’Utri e di suo fratello Alberto con esponenti mafiosi. Ulteriori indagini avevano dimostrato che Dell’Utri aveva avuto contatti  con << personaggi palermitani poi oggetto di indagini per reati connessi con le attività dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra>>. Quando il procuratore capo di Caltanisetta iscrisse Berlusconi e Dell’Utri nel registro degli indagati,Dell’Utri era già sotto processo a Palermo con l’accusa di concorso esterni in associazione mafiosa.

Il pool antimafia di Palermo aveva chiesto il suo rinvio a giudizio il 26 ottobre 1996 , gli inquirenti sostenevano che Dell’Utri aveva preso parte personalmente a incontri con alcuni leader di Cosa nostra, e che aveva non soltanto mantenuto continui rapporti con numerosi esponenti di primo piano delle cosche, ma che aveva anche prestato aiuto a mafiosi ricercati dalla polizia. A sostegno della tesi degli inquirenti esistevano numerose trascrizioni di interrogatori di testimoni e udienze, tabulati telefonici, sentenze di tribunali e documenti bancari, oltre a otto agende dello stesso Dell’Utri, negli anni dal 1984 al 1993. La richiesta di rinvio a giudizio di Dell’Utri era firmata dal procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, l’uomo che era arrivato a Palermo dopo i terribili omicidi di Falcone e Borsellino per rafforzare la lotta contro la mafia. Mangano diss ai magistrati, nel giugno 1996, che erano stati Dell’Utri e Gaetano Cina, un importante mafioso della famiglia Malaspina, a suggerire l’incarico che lui assunse alla villa di Berlusconi ad Arcore. Negli anni Ottanta, Mangano era stato condannato a dieci anni di prigione per traffico di droga, ma ciò non mise fine al suo rapporto con Dell’Utri. L’ex dipendente di Berlusconi tornò tuttavia in prigione nel 1995, e fu condannato a quindici anni nel 1999, ancora per traffico di droga, e ricevette un’ulteriore condanna a quindici anni per estorsione nel 2000.

 

Appena tre giorni prima che morisse di cancro, nel luglio del 2000, un tribunale di Palermo gli inflisse una condanna all’ergastolo per l’omicidio di un anziano  boss di quartiere cinque anni prima. Interrogato nel luglio 1996, Dell’Utri disse che non sapeva che Cina e Mangano fossero << uomini d’onore>>, un’affermazione che alcuni, in Sicilia, hanno trovato difficile da credere.

 

Le infiltrazioni mafiose

Illustrando il procedimento contro Dell’Utri a Palermo, gli inquirenti hanno fornito indicazioni su come la mafia avesse cercato di infiltrarsi nelle attività di Forza Italia. Gianfranco Miccichè aveva lavorato per dieci anni nella filiale siciliana di Publitalia, la controllata del gruppo Fininvest, prima di essere coinvolto nel partito del cavaliere. Era stato eletto in Parlamento nel 1994, in un collegio siciliano, e poi era stato nominato sottosegretario ai trasporti nel primo governo Berlusconi. Rieletto nel 1996 e nel 2001, sempre in Sicilia, fu nominato viceministro dell’Economia, era l’alter ego di Dell’Utri in Siciia, secondo gli inquirenti, ed era in contatto con persone vicine alla famiglia mafiosa del quartiere Brancaccio di Palermo.

 

Forza Italia era stata fondata in tempi brevi , ha raccontato Miccichè ai magistrati, spiegando gli inizi della formazione di Berlusconi in Sicilia. Inizialmente gli organizzatori  del partito  non erano consapevoli del rischio, secondo lui << Poi, via via, ci rendemmo conto che alcuni nominativi presenti nei detti club non erano  di nostro gradimento, in quanto perone fin troppo chiacchierate>>.

Anche se tra i politici siciliani c’era chi cercava in tutti i modi di non farsi contaminare. Cosa nostra fece del suo meglio per introdursi nel mondo della politica e in Forza Italia. Quello che aveva scoperto la Democrazia Cristiana, Forza Italia lo scopriva negli anni Novanta. Il 20 gennaio 2003, testimoniando in aula a Palermo, in occasione del processo per concorso esterno in associazione mafiosa contro Dell’Utri, il pentito Antonino Giuffrè disse che Cosa nostra era stata felicissima della nascita di Forza Italia. Verso la fine del 93, si erano diffuse voci sui piani per fondare un nuovo partito, dichiarò Giuffrè di fronte alla corte

 

Parlando con lentezza e a bassa voce, in collegamento video da una località segreta, Giuffrè, membro della << commissione>>, l’organo di controllo provinciale di Cosa nostra dal 1983, disse che Cosa nostra era sempre allerta, alla ricerca di qualsiasi cosa potesse utile, di nuove personalità di rilievo.

Provengano aveva dato ordine di far votare Forza Italia, diceva Giuffrè: il boss della mafia sapeva che i politici italiani erano in vendita, Giuffrè disse di non aver chiesto a Provengano quali garanzie politiche fossero state dato in cambio del sostegno della mafia. Dentro Cosa nostra queste erano domande che non si facevano, raccontò alla corte, ma la mafia senza dubbio si aspettava un allentamento dell’impegno delle autorità contro di essa.

In Sicilia, la politica e la mafia erano insidiosamente intrecciate. Eppure, come hanno ammesso i magistrati, provare le connessioni fra la mafia e i politici e dimostrare al di là di ogni dubbio che queste connessioni avessero effettivamente aiutato Cosa nostra era tutt’altro che facile.

<<La politica per la mafia è come l’acqua per i pesci>>, ha detto il giudice Gozzo. A definire così il rapporto tra mafia e politica è stato un mafioso che ha deciso di collaborare con le autorità . I pesci hanno bisogno dell’acqua, altrimenti muoiono. La Sicilia è spesso colpita dalla siccità, ma alla mafia non è mai mancato quello di cui aveva bisogno. Pesci ed acqua, piante e batteri o qualsiasi analogia si voglia fare. Cosa nostra ha sempre potuto contare su compiacenti complici politici.

 

Convivere con la mafia

Piero Grasso, il procuratore capo di Palermo, era uno degli oratori alla conferenza del dicembre 2000. Prima di tornare al suo ruolo di magistrato inquirente aveva partecipato come giudice al maxiprocesso, che descriveva come un bel momento della lotta contro la mafia. Grasso diceva che questa lotta  doveva puntare a troncare i rapporti con la mafia e settori contaminati della società civile e delle istituzioni. Una parte importante, ma spesso trascurata, di questa strategia era la difesa del sistema politico e giudiziario contro le infiltrazioni e i condizionamenti da parte delle cosche.

 

Le autorità dovevano colpire ogni falla della pubblica amministrazione, revocare le licenze edilizie, annullare appalti e subappalti dovunque ci fosse un coinvolgimento della mafia. I consigli comunale o i consigli provinciali dove esistevano legami con la mafia  o che erano stati infiltrati da amministratori collusi dovevano essere sciolti. Grasso diceva che bisognava imporre pene severe per chi offriva  denaro in cambio di voti o per chi ostacolava  il libero esercizio del diritto di voto. << Dovrebbero essere introdotte,>>, diceva Grasso, << limitazioni al diritto a candidarsi alle elezioni per quegli individui rinviati a giudizio per reati gravi>>. Il predecessore di Grasso a Palermo era Gian Carlo Caselli, che si era offerto volontario per ricoprire l’incarico dopo le morti di Falcone e Borsellino. Caselli lavorò nel capoluogo siciliano dal 1993 al 1999, trasferendosi da Torino, dove viveva. Rinunciò alla sua libertà personale, accettando di vivere nelle caserme militari ed essere scortato dovunque andasse. Lo Stato non poteva permettersi un’altra atrocità come i massacri di Capaci e via D’Amelio. Durante i sette, durissimi anni in cui Caselli restò in carica a Palermo, la procura indagò quasi 9000 persone sospettate di appartenere o di avere legami con la mafia, e ottenne il rinvio a giudizio per oltre 3000 persone. I risultati ottenuti erano importanti, come dimostrano le 251 condanne all’ergastolo emesse o confermate dai tribunali del distretto giudiziario di Palermo nel 2000 e nel 2001.Eppure, durante quei due anni, non un solo imputato eccellente è stato giudicato colpevole. << Come si può spiegare questa enorme differenza?>>, chiedeva Caselli. Possibile che i pubblici ministeri fossero abili ed efficienti  quando si trattava di mafiosi comuni, si domandava, ma incapaci e indifferenti quando si trattava di imputati eccellenti? O forse cambiava l’onere della prova o le prove obbiettivamente più difficili da trovare? << Da più di cento anni >>, diceva Caselli,  << la mafia è stata la mafia perché ha potuto contare su collusioni politiche?>> Secondo Caselli, un elemento importante di una strategia antimafia dovrebbe consistere nell’escludere da posizioni di influenza e di potere quei personaggi che hanno legami con le cosche.

 

<< I politici che sono in combutta con la mafia devono essere isolati, innanzitutto politicamente, Non sempre questo è successo quaggiù>> La mafia era sopravvissuta e aveva prosperato non solo perchè era una banda di pericolosi criminali, aggiungeva, ma perché era una banda di  pericolosi criminali che poteva contare su appoggi e alleanze politiche. Queste alleanze facevano parte del DNA della mafia, ed era su queste alleanze che le autorità dovevano intervenire. L’Italia doveva mettere la mafia e i suoi sostenitori in quarantena. E il governo Berlusconi, invece di combatterla con ogni mezzo possibile, sembrava accettarne la presenza come inevitabile.

Al momento di formare il suo governo, nel giugno del 2001, Berlusconi nominò Pietro Lunari ministro dei Trasporti e dei Lavori pubblici. Lunari un imprenditore con forti interessi nell’industria delle costruzioni no tardò a farsi notare. << Mafia e camorra ci sono sempre state e sempre ci saranno: purtroppo ci sono e dovremo convivere con questa realtà>>, dichiarò alla fine di agosto del 2001. All’inizio di ottobre disse:<< Siamo costretti a convivere con la mafia come con altre realtà, per esempio i sette mila morti sulle strade>>. Nell’ottobre del 2002, seduto di fronte a Caselli a un pranzo ufficiale in un centro di ricerca vicino Torino, dove l’alto magistrato era recentemente stato nominato procuratore generale, Lunari  ebbe l’occasione di articolare la sua tesi. Convivere con la mafia, però, era lontano dalla maniera di Caselli di affrontare il problema. Il magistrato ebbe a dire qualche tempo dopo che l’opinione del ministro era una gaffe

Le osservazioni di Lunari erano allarmanti perché, tra tutti i settori dell’economia legale, l’edilizia e i lavori pubblici erano quelli dove la presenza della mafia si faceva sentire maggiormente. In questi settori le cosche mafiose potevano consolidare e sfruttare gli agganci politici, realizzare in maniera illecita consistenti guadagni e rafforzare e rafforzare il controllo del territorio.

 

Creato il 22 maggio 2004 – Avvenimenti italiani

 

 

 

 

 

 

 

 

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