Cartesio: la filosofia come meditazione 12

Il manuale del Veròn apporta modifiche ai tre tempi di scelta del Loyola. Dice il Veròn: ” siccome le parti dello spirito sono due, la volontà e la ragione, ugualmente ci sono abitualmente due generi di vocazioni. L’una, secondo la quale la volontà è infiammata dal desiderio della vita religiosa e l’uomo è completamente rapito da questo desiderio, senza alcun temporeggiamento o esitazione, ma piuttosto con grande voglia. Si è in presenza dell’altro quando è la ragione ad essere illuminata al punto da riconoscere la vanità e il pericolo del mondo e, al contrario, la calma, la sicurezza dello stato religioso e gli altri beni che le sono legati; nemmeno in questa vocazione l’affetto non è infiammato e si segue con più ritardo e lentezza l’azione direttrice della ragione. ” ( cit. in M.Hermans  Klein cit. ). Il Veròn mantiene dunque solo due tempi della scelta. Il più sicuro è il tempo che procede dalla ragione, annadndo a trasformare a poco a poco il cammino spirituale, mentre l’affettività tende a divenire un esercizio della volontà.  Il percorso degli esercizi spirituali diviene una tecnica, per dirigere lo spirito nella quiete della certezza. 

Si possono senza difficoltà rinvenire dei parallelismi tra i precetti del Veròn e taluni aspetti dell’opera di Cartesio. Ad esempio, il ritirarsi in solitudine, così come racconta Descartes nella seconda parte del “Discorso su metodo”, è un richiamo al terzo precetto del Veròn, il cammino del filosofo verso l’indifferenza ricorda il secondo precetto. Tuttavia herman e Klein avvertono trattarsi solo di ipotesi, che incidono nella dinamica e nel metodo della ricerca presenti tanto nelle “Meditationes” quanto nel “Discorso sul metodo “. Più importante è forse sottolineare il concetto di “meditazione”, così come viene definito dal Veròn: “La meditazione è una conoscenza attentadi qualunque oggetto pietoso, avente per scopo di eccitare nella volontà degli affetti pietosi e stabili, dove vi è ancora una certa applicazione vigorosa alle cose, che devono essere commentate con un senso intimo del cuore, attraverso la uqale l’uomo, escludendo la varietà e la distrazione dei pensieri, si sforza nel suo spirito di sentire profondamente le cose che medita e quanto gli impongono la necessità di vivere bene. Inoltre la meditazione è differente dalla lettura e dal pensiero ordinario, perchè è attenta e concentrata, mentre quelli sono più leggeri a sparsi; meditare una lettura di Cicerone o Virgilio non è percorrerla rapidamente, ma è leggerla. rileggere ed esaminare i suoi artifici, le sue figure, i suoi periodi, ecc. ” ( F. Veròn, Man. C 14 pars 4 pp. 530 – 531 cit. in A. Thomson “Ignace de Loyola e Descartes” cit. Mi sembra che il tipo di meditazione proposto dal modello del Loyola e ripensato dal Veròn abbia molti elementi che lo distinguono nettamente dalla natura della filosofia cartesiana. In primo luogo, oggetto della meditazione del Veròn è ” qualunque oggetto pietoso”, pertanto essa viene applicata ad un ambito strettamente teologico. Lo scopo consiste nell’eccitare “affetti pietosi e stabili”. Un ruolo non secondario vi gioca l’immaginazione. Infine, gli esercizi del Loyola vengono intesi espressamente come “modo di preparare e disporre l’anima a liberarsi di tutti gli affetti disordinati e, una volta che se ne sia liberata, a cercare e trovare la volontà divina. ” ( I. de Loyola “Esercizi Spirituali” Annotazione 1, pag. 13 ed. San paolo ). Conformemente allo spirito di sottomissione che informa il movimento gesuitico, l’esercizio spirituale viene sempre impartito dal superiore al discente. Tutto ciò è molto lontano dal carattere della filosofia cartesiana. Nella prefazione alle “Meditazioni metafisiche” egli intende il filosofare come un meditare insieme ( Med. Met. pref. pag. 131 ed. Bompiani: ” quin qtiam nullo author sum ut haec legunt, nisi tantum iis qui serio mecum meditari ” ).  A riprova di quanto grande sia la distanza che separa Cartesio dal Loyola, si confronti la precedente citazione con la “Regola 13” degli “Esercizi Spirituali”: ” Per essere sicuri di non sbagliare, dobbiamo sempre regolarci in questo modo: quello che io vedo bianco, credo che sia nero, se la Chiesa gerarchica così stabilisce. ” ( “Es. Sp. cit. pag. 193 ).

Cartesio: la filosofia come meditazione 12ultima modifica: 2012-12-29T17:18:46+01:00da anna37a
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